Catalogo · 9788833651927
La scrittura visiva di Virginia Wolf
Per moltissimo tempo, soprattutto nell’ultimo ventennio, è circolata un’immagine di Virginia Woolf che la legava, quando non relegava, al lavoro di teorica e attivista dei diritti delle donne. Se il suo nome veniva fuori era per parlare di femminismo, e solo lateralmente del suo lavoro di romanziere. Certamente non si possono negare le strette connessioni tra il femminismo e la sua opera, ma a leggerla tutta, compresi gli scritti saggistici e autobiografici, appaiono subalterne rispetto ai molti temi trattati, tutti di grande interesse per la critica, e soprattutto appaiono in secondo piano rispetto alla sua più grande qualità letteraria: la dedizione per la scrittura e la narrazione. Virginia Woolf trascorreva la sua giornata come oggi farebbe uno scrittore professionista, dedicando la mattina e il pomeriggio a provare brani, scene, descrizioni paesaggistiche o altro ancora. E il tempo restante continuava a scrivere, come saggista, oppure privatamente, compilando appunti, lettere o diari. Proprio in uno di questi appunti racconta di una visita fatta a Henry James, quando ormai famoso riceveva i giovani scrittori in cerca di consigli. Virginia Woolf nota un’incomprensibile distrazione, come se James avesse perso ogni interesse per la letteratura, e se ne meraviglia, con uno stupore e una preoccupazione tali da far credere stesse pensando a lei. Forse è l’unica esitazione sul suo ruolo di narratrice che si possa rintracciare fra milioni di parole. Solo un barlume, un attimo. Per il resto, Virginia Woolf ha vissuto per scrivere. E questa sua scrittura ha una particolarità, uno stile inequivocabile, che viene fuori soprattutto nei romanzi. Lei sperimenta, con prove interminabili e interminabili dubbi, ma ha fin dall’inizio un obiettivo chiaro: forzare al massimo la capacità della lingua di raccontare la realtà. Non la realtà dei fatti, o meglio, non solo quella. La realtà che ha in mente è ontologica: il mistero stesso del vivere, visto nella maniera meno esoterica possibile – fenomenologicamente – come un modo di datità dell’esistenza umana. È per questo che i suoi romanzi, più che parlare di fatti, parlano di come le storie nascono e muoiono. L’inizio e la fine della trama fungono da paradigma dell’esistenza, segnato da un limite ambiguo in cui si intravede un barlume di verità superiore, che è lo stesso di ogni vita.
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